Nel nome di Jim Clark, lo “Scozzese Volante”


1965 Belgian jim clark

Il 4 marzo 1936, nasceva nella regione del Fife, in Scozia, Jim Clark, primogenito di una coppia di agricoltori, dove sin dall’adolescenza iniziò a interessarsi al mondo delle auto da corsa.

Ancora oggi Jim Clark è considerato tra i migliori piloti di sempre, 25 vittorie in Formula 1, 32 podi, 33 pole position e 28 giri più veloci e una 500 miglia di Indianapolis. Un pilota completo, geniale e dallo stile di guida pulito ed essenziale.

Sgommare e andare a tutta birra per me è la cosa più naturale che ci sia; non c’è niente che mi renda più felice…” – queste le parole dello scozzese, nella sua prima apparizione in Formula 1 nel 1960 alla corte di Colin Chapman con la Lotus 18. Sempre in quell’anno nacque uno binomio spettacolare tra Clark e la Lotus, tramutato nel primo successo in F1 il 17 giugno 1962, sul tracciato di Spa- Francorchamps, bissato poi il 7 ottobre 1962 sul circuito di Watkins Glen, valido per il gran premio degli Stati Uniti.
Collin Chapman e Jim ClarkNel 1963 la Lotus dello “Scozzese Volante” partì pallidamente nel gran premio di Monaco con un ottavo posto dovuto al ritiro per problemi al cambio. Ma il qualifica Jim Clark volò letteralmente conquistando la pole.
Quell’anno Colin Chapman rivoluzionò letteralmente la Formula 1 con la sua Lotus 25. “A una monoposto per renderla vincente basta aggiungere leggerezza” – chiamatela pazzia, ma queste erano le parole dell’ingegnere britannico che portò in pista una vettura piccola, compatta e bellissima. Jim guidava praticamente quasi semisdraiato per ridurre al minimo la resistenza aerodinamica.
Grazie a questo, Clark si aggiudicò ben sette delle dieci gare del calendario di Formula 1 vincendo il titolo mondiale.

Le persone che gli chiedevano come fosse nata questa passione, lui raccontava: “Spesso mi sento come un poeta: il mio ruolo non è quello di stare ai margini, defilato o estraniato dalla vita. Quando mi danno una macchina e accendo il motore mi sento un leone. Ho poco tempo per guardare e per pensare, devo correre, scappare e arrivare primo al traguardo. E devo stare attento a non sbagliare mai. Il mio ruolo dipende da come sei e dal coraggio che hai…

L’anno seguente, la vecchia Lotus 25, super vincente nel 1963, venne sostituita dalla nuova 33. Ma il progetto era ancora poco maturo così il titolo passò per Maranello, grazie a John Surtees, Clark si dovette accontentare di un terzo posto in classifica dovuto soprattutto a 3 ritiri per guasti al motore.

Nel 1965 la storia si ripete con la Lotus che vuole rendere più affidabile la propria vettura, ma soprattutto vuole fare il bis. Il gioco che mette in campo Jim Clark è quello di partire come un missile creando il margine sufficiente per correre poi in sicurezza il resto della gara.
Con questa tattica semplice, ma sicuramente efficace, lo “Scozzese Volante” vince le prime 6 gare della stagione (Sud Africa, Belgio, Francia, Gran Bretagna, Olanda e Germania), conquistando matematicamente il titolo.
L’anno seguente, c’è un grosso cambio di regolamento e la Lotus si ritrova impreparata ad affrontare la stagione ai massimi livelli. Clark chiude il campionato al sesto posto con solo una vittoria negli Stati Uniti, un quarto posto in Gran Bretagna e un podio in Olanda.
Nel 1967 è l’anno della stabilità e con questo la Lotus ritorna tra le grandi, il pilota scozzese vince 4 gare, ma è costretto a ritirarsi per 5 volte. Il mondiale fu vinto da Denny Hulme con la Brabham ma Clark rimase comunque un punto di riferimento principale per il team di Chapman.

Il 1968 per Jim, cominciò con una vittoria nel primo gran premio del Sudafrica sul circuito di Kyalami.
Sembrava una stagione tutta “British Green” con Jim Clark pronto a fare tripletta. Poi un giorno lo scozzese decise di partire per Hockenheim per disputare una gara di Formula 1.
Il 7 aprile 1968, all’inizio del quinto giro, Clark perse improvvisamente il controllo della sua Lotus quasi al termine del rettilineo del traguardo, mentre stava impostando la prima curva al oltre 250 Km/h. La vettura ormai impazzita cominciò a rotolare su sé stessa per poi schiantarsi contro alcuni alberi. Il pilota fu sbalzato dalla vettura, perdendo la vita.

Il ricordo di Enzo Ferrari su “Piloti che gente…

Jim Clark era senza dubbio un grande. Uno di quelli che si contano sulla punta delle dita. Me lo descrivevano come non molto loquace, intelligente, spregiudicato in corsa. Era un pilota come Alberto Ascari. Odiava vedersi le ruote intorno. Partiva in testa e andava via. Ma se doveva rimanere nella mischia, a battagliare, il gioco si faceva più duro per lui. Meglio solo, attardato, a rimontare. Come a Monza nel ’67, quando fece impazzire d’entusiasmo gli appassionati. Mi sarebbe piaciuto affidargli una Ferrari. Qualcuno mi disse che potevo portarlo nella mia squadra. Io non ci ho mai creduto. Clark non avrebbe mai corso su una macchina non inglese. Per lui come per gli altri che non avevano avuto seri incidenti, o perlomeno guai fisici, il primo è stato anche l’ultimo”.

“Come Bandini. Tutti ancora continuano a chiedersi perché. Ne abbiamo lette e sentite tante: dall’avaria meccanica, che una radiografia vuole imputare agli ammortizzatori, alle condizioni della pista di Hockenheim, alla gomma, a un giovane spettatore incauto. Lo dissero anche di Ascari a Monza. Purtroppo, di quegli attimi supremi manca sempre la fondata testimonianza. Forse nemmeno il pilota, se fosse sopravvissuto, avrebbe potuto spiegarlo”.

Fonti: 
Enzo Ferrari: “Piloti che gente…”
Enrico Minazzi: “Jim Clark, i miti della F.1 ai raggi X”
Mario Donnini: “Formula 1 dal 1950 ad oggi”

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